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Riso Rosa Marchetti Semifino Integrale

Filiera Ecor

Il Riso Rosa Marchetti, appartenente alla sottospecie japonica, categoria semifino, è una varietà di riso italiano la cui coltivazione è stata abbandonata per la scarsa resa di produzione causata dalla tendenza al coricamento delle spighe a stelo lungo.

La sua origine, del tutto naturale, risale all’incirca agli anni ‘60, quando Domenico Marchetti trova in un campo alcune spighe diverse e decide di approfondire la scoperta.

Dedicherà poi la nuova varietà alla moglie Rosa. Alcuni risicoltori, che oggi fanno parte del progetto RisoBioVero, negli anni hanno mantenuto la varietà e, grazie alla loro esperienza, sono riusciti
a portarne avanti la coltivazione. 

Il chicco di medie dimensioni ha un colore leggermente perlato che, dopo la cottura, assume una sfumatura rosata.

Il Rosa Marchetti semintegrale necessita di un tempo di cottura di circa 20-22 minuti e, grazie alla consistenza più morbida all’esterno e più consistente al centro, è l’ingrediente perfetto per la preparazione di risotti e minestre, ma si presta anche per timballi, sformati e arancini.

Il progetto RisobioVero di EcorNaturaSì

“Produrre o ottenere una merce è un processo che coinvolge molte vite e molte mani, così il mercante diventa, nel corso del suo lavoro, maestro e direttore di molte masse di uomini (...). Gran parte delle responsabilità per il tipo di vita che essi conducono ricade sulle sue spalle; non dovrà soltanto stare attento al modo in cui si produce ciò che vende, che sia nelle forme più pure ed economiche, ma sarà sua responsabilità rendere più benèfici gli impieghi che offre agli uomini di cui si serve nelle diverse occupazioni della produzione o dello scambio di beni.” 

John Ruskin in Unto di Last 1860 

Il riso: che storia... ! 

Già 15.000 anni fa il riso selvatico, raccolto in natura (non coltivato), rappresentava la base dell’alimentazione per le popolazioni di alcune regioni asiatiche corrispondenti alle attuali Corea, Vietnam, Cina, Tailandia e di alcune isole del sud-est asiatico, aree che si ritengono es- sere i luoghi d’origine delle varietà di riso arrivate a noi e attualmente coltivate. 

Le più antiche tracce della coltivazione del riso risalgono a 7.000 anni fa e provengono dalle zone dell’attuale India nord-orientale e Cina orientale. 

In Italia si registrano usi del riso a scopo prevalentemente terapeutico o come “spezia” fin dalla fine del XIV secolo, men- tre per la sua coltivazione in Lombardia dobbiamo attendere circa un secolo, fino alla fine del XV secolo. La coltura del riso prende piede velocemente nelle acquitri- nose regioni della pianura padana grazie alla sua buona produttività. 

Il riso presenta un legame ancestrale con l’acqua; in Asia ancora oggi specie selvatiche crescono in zone umide o paludose. Questo legame con l’acqua distingue nettamente il riso dagli altri cereali comunemente coltivati (frumento, orzo, farro, ecc... ). 

L’evoluzione ha dotato la pianta di accorgimenti morfologici per adattarsi alla sommersione dell’apparato radicale, come parenchimi aeriferi che ne assicurano l’ossigenazione anche sott’acqua. 

Il ruolo dell’acqua 

Alcune peculiarità nelle tecniche di coltivazione si basano proprio sulla predisposizione della pianta di riso alla vita in sommersione. È risaputo che la presenza dell’acqua nelle risaie assolva almeno tre funzioni fondamentali per la coltivazione: il soddisfacimento di un elevato fabbisogno idrico, la termoregolazione della parte basale della pianta sommersa dall’acqua (l’acqua attenua gli sbalzi termici) e la limitazione di alcune erbe infestanti, che nell’acqua non riescono a sopravvivere. 

È proprio il controllo delle erbe infestanti uno dei principali temi su cui oggi la risicultura biologica e biodinamica italiana si confronta, ricerca e lavora per l’affinamento di tecniche per il controllo sostenibile. 

La ricerca scientifica 

Nel 2017 si è così costituito un gruppo di lavoro e ricerca che vede la partecipazione di una decina di aziende agricole biologiche di Lombardia e Piemonte, del professor Bocchi dell’Università di Milano e di EcorNaturaSì. Tutto è partito grazie all’impulso di Rosalia Caimo Duc, titolare dell’azienda Terre di Lomellina, storica produttrice di riso per EcorNaturaSì, già insignita del titolo “Le Terre di Ecor” come azienda d’eccellenza. 

Rosalia, tra i primissimi a sperimentare nuove tecniche per la produzione biologica del riso, è riuscita a raccogliere attorno a sé aziende agricole che si stavano dedicando seriamente alla scoperta di metodi che, rispettando i regolamenti europei sull’agricoltura biologica (quindi senza prevedere input chimici), fossero efficaci per la lotta alle infestanti. 

Il professor Stefano Bocchi, del dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Milano, sta strutturando l’attività di sperimentazione e ricerca per far tesoro delle esperienze di ogni agricoltore coinvolto, guidando e calibrando le pratiche agronomiche per gli anni a venire. Lo studio del bagaglio di esperienza accumulata negli anni e delle risposte ottenute dalle nuove sperimentazioni permetterà la definizione e l’affinamento di un pool di tecniche per la produzione biologica del riso nel futuro. 

L’integrazione di filiera verso la creazione di una comunità

La partecipazione di EcorNaturaSì al gruppo rende concreto l’obiettivo di creare una comunità tra tutti i soggetti impegnati nella filiera, favorendo la relazione tra il produttore e il consumatore. Lo scopo è permettere la reciproca comprensione, perseguendo il principio che esorta chi si accinge ad acquistare qualcosa a considerare innanzitutto le conseguenze sul produttore di ciò che si acquista (J. Ruskin 1860; Unto this Last). Va in questa direzione anche il lavoro avviato da EcorNaturaSì per il calcolo di un giusto prezzo da corrispondere al produttore, che tenga conto degli effettivi costi di una virtuosa produzione biologica. Un prezzo non sufficiente a coprire i costi di produzione indebolirebbe l’equilibrio economico dell’azienda, ostacolandone lo sviluppo se non spingendola ad adottare forzature del metodo biologico, che invece è interesse comune mantenere non solo assolutamente integerrimo, ma anche in continuo miglioramento. 

Un pool di tecniche affidate alla sensibilità del risicoltore

“La risicoltura biologica non può prescindere dall’identificazione di un insieme di tecniche, la cui scelta permetta di affrontare con successo la moltitudine di situazioni che, anno dopo anno, la risaia biologica può presentare”, spiega Rosalia Caimo Duc. Non esiste una sola tecnica di risicoltura biologica che vada bene sempre, tutti gli anni e in qualsiasi tipo di azienda. La sensibilità dell’agricoltore biologico per i precari equilibri tra le forze naturali gli permette di capire quali tecniche utilizzare in un determinato anno e come trarre vantaggio dalle interazioni tra gli esseri viventi presenti nella risaia, usando a proprio vantaggio la biodiversità della comunità di piante ad animali che
vi prosperano. La biodiversità, nelle mani di agricoltori sensibili, rappresenta una potenzialità enorme. 

Le tecniche di contenimento delle erbe infestanti allo studio del gruppo di lavoro sono riconducibili fondamentalmente a tre gruppi: 

• tecniche di semina del riso su prati, limitando o evitando le lavorazioni del terreno e traendo giovamento dalle interazioni positive tra le piante di riso e quelle che costituiscono il manto erboso su cui si va a seminare, a sfavore delle specie infestanti che cercherebbero di prendere il soprav vento sul riso;

• uso dell’erpice strigliatore pre e post- semina su risaia asciutta, estirpando meccanicamente le infestanti in germogliamento durante le prime fasi di sviluppo della piantina di riso, limitandone nelle fasi successive la competizione per luce e nutrienti; 

• uso di altri attrezzi meccanici (rotolame o erpici particolari) in presemina su risaia allagata, con lo scopo di creare un substrato fangoso che inibisca la germinazione delle infestanti, pur permettendo la germinazione del riso. 

L’attenzione alle micro-differenze 

“La risicoltura biologica”, racconta Rosalia, “si basa sulla sensibilità del risicoltore per le micro-differenze: micro-differenze nelle epoche di germinazione del riso rispetto alle infestanti, nella risposta 

a determinati stimoli derivanti dalle interazioni tra piante di specie diverse (allelopatia), di reazione delle diverse specie vegetali all’immissione dell’acqua nella risaia ad un determinato momento, e così via. Si tratta di una sensibilità che, nella produzione del riso con il metodo convenzionale, non viene esercitata e che per lo più è andata persa”. 

Esercitata nelle aziende biologiche, sta dando ottimi frutti non solo in termini di produzione, ma anche di tutela ambientale, con la ricomparsa nelle terre di Lomellina di una specie protetta di felce, la Marsilea quadrifolia, considerata estinta nell’areale risicolo di Piemonte e Lombardia dopo 40 anni d’uso smodato di diserbanti chimici.