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Pietro Leemann racconta la nuova collaborazione con NaturaSì, dalla ristorazione alla creazione di nuovi prodotti, sintesi di valori condivisi.

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Il bio è fatto di incontri, di relazioni, di condivisione, un po’ come avviene in cucina quando gli ingredienti si amalgamano, si trasformano, danno vita a nuove combinazioni che trasformano la materia prima in qualcosa di assolutamente unico.  Purché, va da sé, la materia prima sia di altissima qualità.

Proprio da qui siamo partiti nella nostra chiacchierata con Pietro Leemann, patron di Joia, ristorante milanese di alta cucina vegetariana, protagonista di una neonata collaborazione con NaturaSì, frutto di una lunga amicizia, nata sin dagli albori del biologico.

 

Iniziamo proprio dalla collaborazione con NaturaSì. il nostro è un percorso condiviso: come lo descriverebbe?

Siamo cresciuti insieme, la nostra è una storia comune perché siamo nati negli stessi anni: NaturaSì con i suoi negozi e io con il mio ristorante, Joia, aperto nel 1989, ma anche scrivendo libri e gettando le basi di una nuova cucina, di una nuova alimentazione vegetale. Condividiamo la stessa dimensione spirituale che recita “noi siamo quello che mangiamo” e in base a quello che noi mangiamo diventiamo; per questo dobbiamo scegliere un cibo che alimenti la virtù. Parliamo la stessa lingua e condividiamo uno stesso obiettivo, che portiamo avanti con coerenza: fare cultura e offrire un nutrimento di qualità. 

 

La collaborazione con NaturaSì si articola su più fronti: concretamente, come si realizza?

La nostra collaborazione è a 360 gradi. Per prima cosa, riguarda la ristorazione: sono stato coinvolto per reinventare la ristorazione di NaturaSì in un processo continuo di trasformazione e miglioramento, che avrà come primo tassello il bistrot di Via Cesare Correnti, a Milano, base da cui partire anche per tutti gli altri. Inoltre, sto collaborando allo sviluppo di nuovi prodotti a marchio NaturaSì: un processo in divenire, che parte dalla ricerca della migliore materia prima fino alla trasformazione, per sperimentare nuove ricette, anche ricette gourmet, capaci di mettere al primo posto la qualità senza rinunciare al gusto. La mia esperienza, inoltre, si lega anche alla formazione, perché formare le persone nell’accoglienza dell’ospite è fondamentale: nella ristorazione buona parte del successo è racchiusa in come accolgo le persone. Ho una lunga esperienza in questo campo, approfondita grazie anche a una scuola di counseling: mi piace unire le persone perché, affinché io possa riuscire a fare qualsiasi cosa, supponiamo un buon piatto, devo poter collaborare con loro, entrare in empatia con loro. Ed è anche attraverso le loro peculiarità (e ognuno ha la sue) che posso raggiungere un’elevata qualità.

 

Il cibo, dunque, come relazione…

Il cibo è uno strumento di relazione, seppur sottovalutato, ma quando mangiamo noi generiamo sempre una relazione: quando acquistiamo il cibo, entriamo in relazione con chi ce lo ha venduto; se mangiamo in famiglia, ci relazioniamo con la nostra famiglia; se invitiamo una persona a cena, abbiamo una relazione con lei attraverso il cibo. E questa relazione poi si allarga: un cibo biologico instaura una buona relazione con il Pianeta e di conseguenza con la natura che ci circonda. Del resto, il successo nella vita è dato proprio dalle buone relazioni: se le mie relazioni sono povere qualcosa si spezza, se io inquino si incrina l’equilibrio con la natura, se io sono aggressivo si guasta la mia relazione con gli altri… E poi c’è la relazione somma, quella con il mondo trascendente nel quale ci si rispecchia: quindi se io coltivo in me un bel giardino interiore, coltivo anche quella dimensione, ma se invece il mio giardino interiore è arido - e ciò avviene anche attraverso una cattiva alimentazione - mi inaridisco anche verso la percezione della concezione trascendente. In tutte le relazioni il filo conduttore è l’empatia che, tradotta, è l’amore: più io riesco a essere empatico, più lascio che questo sentimento d’amore si sviluppi. Riuscire a generare amore sta alla base del successo della Vita e l’Amore è il contrario del possedere per se stessi, l’Amore è il vero nutrimento.

 

Quanto conta la creatività nella sua cucina?

La mia è una cucina molto creativa, ma la creatività è relativamente facile, perché si appoggia sulle mie trasformazioni: io mi trasformo e la mia creatività si trasforma insieme a me e insieme alle persone che lavorano con me e che rappresentano risorse fondamentali per far nascere, generare nuove idee. In cucina mi stupisco tutto il tempo, anche con le altre culture: guardo cosa fanno in India, in Giappone, in Perù… Questo confronto mi è sempre di grande aiuto, perché attraverso la cucina si conoscono le persone e le culture: la cucina deve rappresentare chi la fa. Non è un caso che in Basilicata si mangi in un certo modo e in Veneto in un altro, che in Giappone si mangi sushi o che la cucina indiana sia speziata: ciò si lega a una profondità culturale che mi appassiona molto.

 

Come vede il presente? E il futuro?

Sono convinto che sia in atto un grande cambiamento storico, che può portarci verso una maggiore autenticità e una maggiore consapevolezza di ciò che è vero e di ciò che invece è fasullo. Le persone stanno cambiando, si stanno riavvicinando alla natura, alla campagna, stanno migliorando la loro alimentazione e noi possiamo dare loro gli strumenti e i mezzi per farlo. Io credo davvero che l’unione faccia la forza e che sia importante portare a bordo sempre più persone che credono nel biologico, in un’alimentazione sana, in un’etica e in tutto un insieme di valori… Abbiamo l’occasione di farlo attraverso il cibo, come nutrimento, che deve essere messo al centro. E se il centro migliora, il miglioramento si propaga. Guardando al futuro, penso che non ci sarà bisogno di tante spiegazioni: sarà la qualità a parlare.