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Una rigenerazione che parte dal cibo

Terramadre

Per trasformare il sistema alimentare, servono nuovi paradigmi: Barbara Nappini, Presidente di Slow Food Italia, ci guida attraverso un’accurata riflessione sulla nostra contemporaneità.

Veniamo da anni di individualismo, di ripiegamento su se stessi, di isolamento. Ma oggi un approccio fondato sull’antagonismo e sulla prevaricazione non è più accettabile. La nostra Terra Madre è generosa ed è femmina: ed è proprio la voce del femminile che oggi deve essere ascoltata se vogliamo dirigerci verso modelli altri, “rigenerativi”, fondati sull’ascolto, sulla comprensione, sull’accoglienza.

È tempo di dare valore all’esperienza condivisa, all’incontro e allo scambio: atto trasformativo e necessario per capire le ragioni dell’altro, per provare compassione, cioè sentire il dolore altrui, per stare nelle relazioni umane, ma anche con gli animali e col vivente tutto. Abbiamo necessità di rigenerazione: delle relazioni abbiamo detto, ma anche dei suoli, delle pratiche agronomiche, dello stile di vita e relazionale, e soprattutto del pensiero e del linguaggio, forse la più urgente, ma anche la più difficile.

Il paradosso del nostro sistema alimentare

Recentemente leggevo la dichiarazione di un portavoce di una compagnia di investimenti, una delle più grandi al mondo, la Black Rock, che afferma “… il capitalismo è un acceleratore per la transizione ecologica: chi non si adegua muore”. E ancora: pochi mesi fa il CEO di Syngenta, gruppo specializzato, tra le altre cose, nella produzione di prodotti fitosanitari e sementi – inveiva: “… le persone muoiono di fame in Africa, perché noi mangiamo sempre più prodotti biologici”. Parliamo del CEO di un’azienda che, nel 2021, il tribunale brasiliano ha ritenuto legalmente responsabile dell’omicidio del contadino brasiliano Valmir de Oliveira e per il tentato omicidio di Isabel de Souza Nascimento. Entrambi erano membri di Via Campesina e avevano protestato contro gli esperimenti illegali sugli Ogm condotti da Syngenta.

Questo linguaggio, questa violenza sono espressione dell’attuale sistema alimentare: un sistema alimentare che produce paradossi, che ad esempio considera fisiologico, non un’anomalia, lo spreco alimentare. E noi sappiamo che oggi si spreca un terzo del cibo prodotto globalmente sul Pianeta. Un quantitativo impressionante, sufficiente a sfamare quattro volte il numero delle persone che non ha regolare accesso al cibo. Un sistema che, sul sacro altare dell’aumento della produzione, sacrifica la biodiversità al ritmo di tre varietà o razze estinte ogni ora.

Un sistema che produce cibo come commodity, per essere scambiato sui mercati azionari, invece che per essere mangiato, cioè nutrimento del corpo e dell’anima. Un sistema nel quale da un lato abbiamo il modello agroindustriale, che fa enormi profitti lasciando pagare molti dei propri costi agli ecosistemi, alla collettività, al futuro. Dall’altro abbiamo quella che viene ancora definita “alternativa”, cioè l’agricoltura di piccola e media scala: quella che produce più della metà del cibo a livello planetario (dovrebbe dunque essere definita “primaria”, non alternativa), e che fatica a trovare il punto di sostenibilità economica.

Piante di civiltà

Ma quanto vale il lavoro di chi recupera oliveti secolari abbandonati alla macchia da decenni, lungo le coste di Anacapri? Quanto vale la viticoltura eroica delle Cinque Terre, dove su pareti di scoglio verticale, da circa un millennio, gli esseri umani, scavando la pietra, trasportando suolo dall’entroterra, piantando arbusti, vigne e alberi da frutto, hanno reso coltivabile ed unica un’area fragile ed impervia? E lo hanno fatto per sé stessi, senza obbedire ad un faraone, ad un papa o ad un monarca, lo hanno fatto “senza sudditanza”.

E che valore ha la tutela degli olivi della valle dei Templi, un’area di archeologia anche agronomica, dove olivi secolari in produzione mantengono uno scenario non troppo dissimile da quello di più di duemila anni fa, quando Girgenti era una metropoli del Mediterraneo? Produzioni che salvaguardano il paesaggio, che prevengono il dissesto idrogeologico, che tutelano la biodiversità, che proteggono un incommensurabile patrimonio storico, paesaggistico, artistico, culturale, identitario, producendo cibo a partire da quelle che vengono correttamente definite “piante di civiltà”, come la vite e l’olivo.

Un nuovo approccio culturale

Siamo arrivati ad una situazione in cui le varie crisi si intersecano massimizzando gli effetti devastanti. Non è più sufficiente intervenire su una tessera del mosaico, perché va modificato il quadro nel suo insieme. Ogni ambito di intervento ha senso se implica ricadute a trecentosessanta gradi, se include e tiene in debita considerazione ogni aspetto di benessere complessivo: aspetti sociali, economici, ambientali, geopolitici, agronomici, ecc. Servono progetti che abbiano questo approccio: prima di tutto culturale. In questa cornice abbiamo accolto la novità del prestito obbligazionario emesso da EcorNaturaSì – che prevede la remunerazione in buoni spesa per il cibo! – un passo nella direzione che vogliamo.

Una proposta innovativa, che tiene insieme il tema economico con le sue ricadute in termini sociali e ambientali, un investimento nel futuro della produzione di qualità che inquadra il denaro come strumento di sostentamento: il denaro che si trasforma in cibo – e non il contrario – finanziando progetti di sviluppo dell’agricoltura che aiutino ambiente e clima. Si disegna così uno di quei “sistemi del cibo” che consolidano il rapporto tra clienti e produttori, creando un vero e proprio ecosistema che include fornitori, aziende agricole, negozi e soprattutto i consumatori. È urgente un pensiero nuovo in grado di esprimersi con un nuovo linguaggio – rigenerativo – che affermi, in luogo del “chi non si adegua muore”, che ci salviamo davvero solo se ci salviamo tutti.

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